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2006/7/14
3 Gennaio 2007
COSE DA INNAMORATI
Ripeto il tuo nome mille volte al giorno.
Ti cerco dappertutto e in ogni cosa ti incontro.
Cammino per il mondo e lo guardo con te,
in ogni cosa che vedo ci sei sempre tu.
Non mi sento più solo perché tu sei con me, sei in me più di me.
Io mi cerco in te e ti incontro in me,
come un dono immenso che non merito mai.
Se ti lascio un istante non capisco più nulla,
allora cerco il tuo volto, la tua presenza, e questo mi basta.
Questo amore mi riempie e non mi lascia mai,
questo amore mi trasforma e ogni istante mi fa nuovo.
Sono innamorato e non riesco più a dire quello che sento dentro di me.
Nella vita abbiamo bisogno di molte cose:
aria, acqua, luce, cibo, vestiti…
sentirci considerati, apprezzati, voluti, desiderati, amati…
Quando ci si innamora veramente,
cioè quando si è capaci di uscire da sé per incontrare l’altro,
quando si è capaci di comprendere l’altro e di desiderare il suo bene,
quando si è capaci di fare qualsiasi sacrificio per stare con l’altro,
per condividere l’esistenza con l’altro…
si fa l’esperienza più travolgente e spirituale della vita.
Si vive per l’altro. Si vive l’altro dentro di sé.
Si guarda, si ascolta, si tocca, si sente …sempre con l’altro e per l’altro
e la natura diventa linguaggio per esprimere i sentimenti,
con le sue scenografie, con i suoi colori, con le sue forme…
Il cielo infinito, lo splendore del sole, la nebbia avvolgente,
la pioggia incantatrice, la luna amica silenziosa,
il canto delle cascate, il fischio dei venti, la voce degli animali.
I colori e le note che insieme danzano, cambiando vestito ogni momento.
Tutto diventa dialogo d’amore, espressione d’amore,
mentre la persona amata diventa per chi ama:
aria, acqua, luce, cibo, sorriso, canzone… gioia di vivere
2 Gennaio 2007
In questi giorni, c’è stata l’occasione di assistere a una varietà di opinioni a proposito, per esempio, del caso Welby o dell’impiccagione di Saddam. Mentre scrivo noto che entrambi gli episodi hanno fatto riflettere sulla decisione di dare la morte a un’altra persona, chiesta da lui come nel caso di Welby o perché condannato, come nel caso di Saddam.
“Nessuno tocchi Caino”, espressione Biblica quantomeno di un paio di millenni, poiché chi l’ha scritta non era certo contemporaneo di Caino ed Abele, ma di una grandiosità civile ed etica che sorprende, visto che millenni dopo, noi, non siamo più evoluti in questo argomento che non riguarda la fisica o la chimica o un’altra disciplina del nostro progresso.
Certo, la frase “Nessuno Tocchi Caino” è messa sulla bocca di Dio, quasi a far capire la difficoltà umana a non uccidere un assassino… è più facile che la dica Dio e quasi lo imponga come un comandamento. Se Caino è un assassino perché ha ucciso la vita di suo fratello Abele, altrettanto assassino è chi uccide la vita di Caino.
E’ più spontaneo pensare ed agire secondo l’occhio per occhio, dente per dente… vita per vita, ma sarebbe un’auto sterminio di massa, proviamo a pensarci tutte le volte che sbagliamo. Invece siamo esperti ad usare due metri e due misure, una molto comprensiva verso di noi e le persone a noi care o simpatiche, l’altra verso gli altri, specialmente se rivali o nemici. Basta poi presentare il nemico come diabolico, funesto e pericolosissimo, per suscitare tutto l’odio necessario per inveire e con gran soddisfazione sentire pure di aver fatto il proprio dovere.
Caino è un assassino, non è un santo ma un uomo normale come quei tanti che in nome della legge, o, dittatori, in nome del bene della nazione, fanno piazza pulita di tanti esseri umani. Di fatto uccidono entrambi, anche se le motivazioni sono diverse… ma quel che conta è il risultato finale: la morte.
Che la vita umana, di fatto, vale meno del progresso e della propria realizzazione lo si vede ogni giorno, non solo perché si uccide anche per pochi euro, perché si calpestano o semplicemente non si guardano i diritti e le esigenze degli altri. Questo lo fanno non solo le multinazionali che se ne fregano dell’inquinamento pensando solo alle loro entrate, ma succede nella vita quotidiana nel come ci trattiamo, ci giudichiamo, ci usiamo.
Fra un’ideale “nessuno tocchi Caino”, che detto in altri termini significa: ”ama la vita, anche dell’assassino” e un pratico pensare ai cavoli propri o agli interessi di parte o di partito, e perché no, di religione, ci mettiamo a parlare degli ammalati cronici, delle malattie che fanno gridare dal dolore, dei casi che veramente fanno prima vivere da disperati e poi morire disperati.
E’ bene che se ne parli e che si prenda coscienza di quanta sofferenza c’è negli esseri umani, spesso sbrigativamente scansata, sottovalutata e non compresa.
Per dare la morte, andiamoci piano, che sia un assassino, un ammalato, un invalido, un anziano, un bambino, un debole.
Fra i diritti di ogni essere umano c’è anche quello di non essere torturato, resta da comprendere quando un protocollo medico, più che promuovere la vita e la dignità, impedendo la naturale morte, ne allunga il calvario.
25 ottobre 2006
CERCASI AMICO DEL CUORE
Leggevo in un sito il titolo del libro di una scrittrice americana: “cercasi uomo comprensivo, il marito già ce l’ho”. Ed io mi domandavo, quando lo trovi, che ci fai, ci passi un po’ di tempo ogni tanto o ti piacerà a tal punto da preferirlo a tuo marito? Certo il titolo voleva intendere: “cerco un amico non per fare sesso, poiché per quello ho il marito, non per fare sesso poiché alla fine tutti cercano quello o vanno a finire in quello”; cerco un amico perché è difficile trovarne di veri, anche se il primo amico dovrebbe essere il coniuge, ma…”
Ma si sa che, a 20 anni o a 40 anni, il “meglio” esiste e allora possiamo stare sempre a cambiare: di bene in meglio, tanto più se il coniuge ci sta deludendo.
Ognuno ha diritto di essere se stesso, ha diritto di realizzarsi e di essere felice. La comprensione, la delicatezza, il condividere, la stima, sostengono le giornate meglio dell’apatia, della routine, della distrazione… Ma tutto quello che si fa, lo si decide per ottenere che cosa?
Coppie realizzate nel matrimonio ne esistono poche, ciò non vuol dire che sono un disastro. In realtà i motivi della mediocrità o della delusione sono da ricercare nel fatto che ognuno, chi più chi meno, pensa ad autorealizzarsi, quindi senza l’altro.
I gusti diversi, i temperamenti, le diversità in genere, piano piano finiscono per creare distanze ed alibi perché ognuno si costruisca il suo mondo e i suoi spazi ove realizzarsi: sport, arte, religione, politica, mestiere a tempo pieno…
A questo punto è facile attaccarsi a persone che, qualitativamente percepite positive, ne condividono il tempo o i gusti.
Tornando al titolo del libro e alla domanda: “Quando lo trovi, un vero amico, che ci fai?” Un abbraccio tra amici è normale; abbracciarsi sempre o desiderare di farlo non è più da amici.
La gratuità di un gesto spontaneo e sentito, finisce di essere tale quando diventa una esigenza camuffata dal “dare” o da “nobili” sentimenti, per diventare appagamento della propria fame di affetto, di comprensione, di apprezzamento.
Il desiderio di stare insieme e di condividere tutto aumenta a tal punto che vengono programmati gli spazi e il tempo da passare insieme, ritenuti così vitali da giustificare bugie e inganni a chi ancora condivide la sua vita e la sua fiducia nella famiglia ufficiale.
Quello è il momento in cui non ci si dovrebbe nascondere dietro un dito e chiamare con un altro nome le cose, ingannando se stessi e gli altri.
Per amore si può dare la vita, ma per chi e per che cosa?
LA RISPOSTA, COME QUELLE VOCAZIONALI, E’ SOLO DENTRO OGNUNO.
Se veramente si sente di essere chiamati a vivere insieme con una nuova persona, basta non farsi influenzare da quello che pensano i figli, poiché un domani cresceranno e si faranno la loro vita, né da quello che diranno i rispettivi coniugi, né da quello che penseranno gli altri, amici compresi. Ma soprattutto non farsi condizionare da quello che sentono le suddette persone, soprattutto i coniugi che, dovranno rifarsi anche loro una vita, diversa da quella in cui si erano giocati se stessi.
Il fatto è che all’età in cui si cercano gli occhi verdi o lo sguardo dolcissimo, o in cui si cerca il bello e l’attraente sul cui altare sacrificare a volte solo la libertà, altre volte anche le proprie idee e gusti pur di non perderli, subentra un’altra età molto più concreta, reale, disillusa e disinibita, che non è disposta a sacrificare né se stessi né la voglia di essere veramente felici con la persona che fa sentire VIVI. Se la vita comincia dopo i 40 anni, meglio non avere rompiscatole in mezzo ai piedi…
Vaglielo a dire a giovani ed adolescenti che la vita vogliono godersela ora e basta, e che credono di aver incontrato l’amore della loro vita nel compagno di scuola o nell’amica dell’amica.
9 settembre 2006 IL CORPO VISTO DA UN MASSAGGIATORE
Professione?: Massoterapista. Alcuni amici mi invidiano perché pensano al fatto che posso “toccare” le donne che vengono per farsi curare. Già, il punto è questo, il massaggio che siamo abituati a vedere in televisione o nei film, è quello che un massaggiatore fa a una giovane donna o a un manager. È il massaggio rilassante a scopi di performance.
Voglio parlare di tutt’altra esperienza: il massaggio teraupetico, cioè quello che serve per fare stare meglio in salute e possibilmente di risolvere un problema. Ma il guarire malattie, come il fare le diagnosi, è compito solo dei medici. Nella cura dei dolori muscolari il massaggio è proibito, perché infiammerebbe di più, meglio prima un antinfiammatorio, e quando la situazione migliora ecco che si può massaggiare cautamente. Insomma, secondo la maggior parte dei medici, il massaggio non serve per curare, ma solo per rilassare.
Vi parlerò della mia esperienza con il corpo, fatto di muscoli contratti, di tendini stressati, di fasce ( sono quelle che contengono i muscoli e gli organi ) stirate. Non sono medico e non vi parlerò di malattie, ma come per gonfiare la ruota sgonfia di una macchina non occorre andare dal meccanico, allo stesso modo per sciogliere i nostri muscoli non serve andare da un medico.
Prova a guidare una macchina nuova, ma con le ruote sgonfie… sbandi, consumi benzina e non vai lontano, eppure la macchina è a posto! Vi confiderò una cosa, il nostro corpo non è come la macchina, se qualcosa non va, sia a livello di un organo, sia a livello psichico, il corpo lo rivela: in lui si accende una luce, ops, un “dolore” che vuole catturare la nostra attenzione sul problema.
E’ facile chiedere dove sente il dolore, dopo un torcicollo o dopo una caduta, ma se andiamo su cose che si chiamano: ansia, panico, claustrofobia… quale medico chiede DOVE senti il problema nel tuo corpo? E se prendiamo noi l’iniziativa e diciamo: ho tachicardia, sento oppressione al petto, oppure: mi fa male la pancia, in, oppure: mi fanno male le mascelle e non posso aprire la bocca, quale medico dà così tanta importanza al corpo da prestare attenzione e cura alle “parti” doloranti?. Dopo che constatano che non ci sono “malattie”, ti dicono: “non è nulla è ansia, e ti danno un ansiolitico o antidepressivo, più o meno leggero.
Cosa faccio io? Dopo che mi sono sincerato che non esistono “malattie”, perché lo dichiara il medico, prendo in considerazione quel “DOVE”, e vado in soccorso del corpo per sciogliere ciò che trovo in “quel” posto, dialogando con quello che sento sotto le mani, per sapere se devo essere delicato o deciso, superficiale o profondo, senza avere paura del dolore, ma entrando in casa, non senza aver chiesto “permesso”, a lui, il corpo, e dandogli quello che mi chiede.
Cosa succede? Il corpo non mente mai. Il punto dove lui chiede aiuto è anche la chiave della soluzione del problema.
Cioè? Per esempio: tratti il petto, là dove senti le palpitazioni e ti passa l’ansia. Curi il fisico e il psichico tace.
(Fine prima puntata. Non è una propaganda al proprio mestiere, ma un modo di vedere le cose, anche qui, e soprattutto di verificarle. Se a qualcuno interessa, continuerò su questo tema con cose concrete… e se no… vi aspetto al varco eh eh eh… sfido chiunque a stare accanto alla persona amata, bellissima, buonissima, intelligentissima… ma piena, non esageriamo, ma con un poco di ansie e paure, da condizionare continuamente la tua vita).
5 Settembre 2006 PRIMA UMANO
Piuttosto che dividere gli uomini in credenti e atei, credo sia meglio classificarli in umani e disumani, giusti e ingiusti, in coloro che costruiscono la loro vita e la loro felicità assieme agli altri e senza sfruttarli, e in coloro che pensano solo ai cavoli loro e spolpano tutto, fino al punto da lasciare poco anche ai posteri.
Molte ingiustizie, molte tensioni, molte guerre, non sono altro che la conseguenza dell’atteggiamento di coloro che sfruttano ogni mestiere, ogni scienza, ogni possibilità per raggiungere il potere economico e decisionale e per mantenere la certezza di questo dominio.
Non perché uno va in chiesa non possa essere ipocrita, violento, irresponsabile, razzista, usuraio, egoista… Non perché uno è un ottimo avvocato e conosce tutte le leggi, significa che le rispetti, anzi, può conoscere meglio i modi per evaderla. Non perché uno eccelle in una scienza ed ha titoli da appendere alla parete, significa che sappia trattare la gente, o sappia comprendere il loro animo.
Le intenzioni non si vedono, ma le azioni si; la fede non si vede, ma le opere si. Scienza e coscienza non si insegnano alla stessa scuola e non hanno pari opportunità per sviluppare le loro potenzialità. Ecco perché uno scienziato può essere scontroso, o un bravo chirurgo può essere inumano. Però almeno sulla carta, chiamiamo “civiltà” quella che esclude il farsi vendetta, il mettere al rogo i cattivi, la tortura, la pena di morte…
I valori religiosi e gli atteggiamenti spirituali, non attecchiscono se non in una coscienza profondamente civile ed umana. Un egoista, usuraio, ladro, violento, razzista, prepotente… Non serve né alla società civile né a quella religiosa. La società civile ha le sue leggi per valutarlo e giudicarlo, la religione può dire: “dalle loro opere li riconoscerete”, poiché se è facile apparire diversi, ognuno rivela chi è in quello che pensa e in quello che fa tutti i giorni.
Lo sforzo di una società o di una religione deve mirare a che ogni persona faccia suo il valore intrinseco di ogni azione
( Cari amici, poichè non riesco a pubblicare nuovi interventi, ma riesco solo a modificare quelli già fatti, non preoccupatevi della data e degli eventuali commenti fuori tema. Poichè mi toccherà aggiungere un tema ad un altro. Ciao a tutti ).
7 Agosto 2006
Mi piace suonare la chitarra e comporre canzoni, ciò nonostante o forse proprio per questo, mi chiedo come fa un cantante a cantare per anni, per decenni, le stesse canzoni senza annoiarsi. Belle per quanto siano… mestiere per quanto sia… dire le stesse cose per anni e anni…
Amo la musica, certe melodie mi fanno venire la pelle d’oca, altre quasi le lacrime; la voce di certe interpreti mi suscita ammirazione e non mi stanco di ascoltarli.
“Ogni santo ha i suoi devoti” e ogni cantante ha i suoi fans. E’ la voce, sono le parole della canzone, è l’espressione, è lui o lei a diventare IDOLO. Una canzone può esprimere la nostra vita, la nostra esperienza, i nostri desideri. Una musica, un ritmo, ci possono piacere e basta.
Ma un cantante è solo un “interprete” di una canzone, spesso scritta da altri, spesso musicata da altri ancora, eppure se ne prende tutti gli elogi. Ad essere obiettivi dovremmo elogiare la sua voce, ma di quello che dice dovremmo elogiare l’autore, e della melodia dovremmo applaudire il musicista. Invece si prende tutto lui, a tal punto che lo identifichiamo con la canzone, come se fosse tutta sua, anzi come se lui vivesse quello che canta.
Qui si apre un altro capitolo: I cantanti come gli oratori, come i politici, come i preti, sono tutti bravi a parlare, ma tra il dire e il fare… Lasciatemi dire la mia: Voi musicisti, scrittori, cantanti, poeti, politici, predicatori… fatemi vedere le vostre opere ( non pretendo cose grandi né difficili ), voglio vedervi un minimo di coerenza, o se no, fatemi vedere quello che fate coi vostri quattrini ( visto che quando si va al sodo, si scrosta la vernice superficiale e appare la sostanza ).
“Santa subito” a Madonna. Per quali delle cose che ha fatto con i soldi dei suoi ammiratori? Preferisco fare santi, subito, per esempio i tanti medici senza frontiere che, nei diversi focolai di guerra del mondo, rischiando la pelle, senza che nessuno conosca i loro volti e nessuno li applauda, che dico, senza che nessuno li incoraggi, sono al servizio dei più indifesi. Loro si, parlano poco e fanno molto.
29 luglio 2006
CANTARE
Io non so come posso fare, come posso spiegare,
se basta parlare, se basta gridare…
io canterò, io canterò …
Canto la notte senza luce e il cielo in tempesta
Canto le foglie cadute dall’albero e i fiori appassiti. Canto il silenzio e il vuoto, canto tutte le cose brutte.
Canto la sfortuna e il corpo malato. Canto il volto brutto che nessuno guarda, quel modo di essere che disprezzano,
Canto la solitudine, il dolore e le cose che nessuno vuole.
Io non so come posso fare, come posso spiegare,
se basta parlare, se basta gridare…
Io canterò, io canterò quello che ho visto
Canterò la dignità di ogni cosa che esiste.
23 luglio 2006 Oggi sono andato al mare ( dista solo un chilometro da casa ),l’acqua era calda e non volevo più venirne fuori, il mare calmo e limpido. Mi sono chiesto cosa potesse insegnarmi l’acqua, o come potevo imitarla. Essere cedevole e non duro come una pietra, permette agli altri di entrare. Anche se non ha una sua forma, come le montagne, essa rimane sempre se stessa,mi avvolge senza cambiarmi e senza cambiare, mi fa posto e mi fa sentire com’è. Troppo calda mi brucia, ma troppo fredda mi congela, in entrambi i casi la rifiuterei. Mi lava e ristora la mia sete, ma è capace di uccidermi se la usassi per respirare o se sfidassi la sua forza. Penso al mio rapporto con gli altri e ho voglia di essere cedevole come l’acqua, pur rimanendo fedele a me stesso, per poterli accogliere in me senza cercare di cambiarli, ma offrendo quello che sono, senza troppa “freddezza” né troppo “calore”, per dar loro momenti di serenità, di vera amicizia, di genuinità. Dopo essermi asciugato ai raggi di un sole caldissimo, sono tornato a casa in bicicletta, sicuro di tornare il pomeriggio, e di trovarlo lì, il mare, libero di essere se stesso e di donarmi quello che è. Non pensavo che io dovessi essere come l’acqua: prende la forma del vaso in cui si mette, per essere bevuta.
Ora so perché bisogna essere come l’acqua che si versa: solamente così gli assetati potranno bere liberamente e sarà acqua per tutti nel bicchiere che ognuno possiede.
( Cari amici, poichè non riesco a pubblicare nuovi interventi, ma riesco solo a modificare quelli già fatti, non preoccupatevi della data e degli eventuali commenti fuori tema. Poichè mi toccherà eliminare di volta in volta ciò che ho scritto. Ciao a tutti e buona estate!!!!) |  |
2006/5/23
SOCIALITA’
I sentimenti, il pensiero ed il linguaggio capace di esprimerli e di comunicare, dimostrano che l’essere umano è sociale,
è fatto per gli altri e per stare con gli altri.
Alcune persone sono timide, altre sono espansive,
ma aldilà del carattere, nessuno è fatto per stare solo.
Di solitudine ci si ammala e si può anche morire,
eppure quanta ne sperimenta il nostro cuore!
anche se è attorniato da tanta gente.
In realtà una persona rimane sola
finché non trova posto nel cuore di un’altra,
poiché la vera casa dell’uomo è l’uomo stesso.
Succede che parlando o stando con altre persone,
si ha l’impressione che la loro casa è troppo piccola per stare in due:
sono egoiste e pensano solo a loro stesse.
Oppure la loro casa ha porte e finestre ben chiuse, circondata da un alto muro:
sanno già tutto, non si mettono mai in discussione.
Ci sono altre persone che si presentano bene e ti ricevono con un sorriso,
ma ti fanno restare alla porta e non ti dicono: “entra”.
Altri ancora ti fanno entrare, sembra che stiano parlando con te,
ma hai l’impressione che ti hanno lasciato solo,
perché loro, più che a te, pensano all’argomento di cui si parla.
Solo l’amore rende possibile essere presenti, attenti, cordiali e far fare l’esperienza
di stare veramente insieme, poiché solo un cuore che ama capisce un altro cuore.
Socialità significa saper stare con gli altri e saper dialogare,
e questo suppone saper accettare tutte quelle differenze
che gli altri ci propongono con la loro presenza.
Socialità significa essere capaci di accettare, comprendere
ed andare aldilà delle diversità,
(che ci portano ad avere esperienze, pensieri e sentimenti diversi),
poiché solo così avviene il vero incontro con gli altri,
per scoprire con sorpresa che abbiamo la stessa natura.
Allora viene spontaneo chiederci come saremmo noi se fossimo al loro posto.
2006/5/22
Per una civiltà a misura d’uomo e degna di lui,
servono scienza, tecnologia, coscienza e leggi che regolano il tutto.
Gli interessi personali rendono ciechi! La necessità aguzza l’ingegno!
I diritti degli operai non li hanno creati i datori di lavoro.
I diritti delle donne non li hanno creati gli uomini.
I diritti degli animali non li hanno voluti quelli che li abbandonavano.
Un atteggiamento che può aiutarci a capire e a creare giustizia è: immedesimarsi!
cioè mettersi al posto dell’altro, profondamente e coerentemente.
Se un uomo vuole capire una donna, deve non solo “mettersi nei suoi panni”,
cioè nelle situazioni in cui viene a trovarsi per il semplice fatto che è donna,
ma anche nel suo animo, nella sua psicologia, nel suo modo di vedere la realtà.
Diversamente quest’uomo si verrebbe a trovare nella stessa situazione di chi, conoscendo solo la sua lingua,
vuol dialogare con una persona di nazionalità diversa.
La stessa cosa vale per chi vuole capire un bambino, un anziano,
un portatore di handicap, un detenuto, un ateo, un credente,
uno di un’altra religione, uno di un altro partito politico,
uno di un'altra regione geografica, uno di un altro mestiere…
insomma uno diverso da sé e dalla propria esperienza.
Immedesimarsi non è una concessione, tipo buona azione,
è semplicemente una condizione per comunicare con l’altro,
al pari di conoscere la lingua della persona che vuoi comprendere
e alla quale vuoi dire quello che pensi.
Immedesimarsi, cioè sentirsi l’altro, vivere l’altro, diventare l’altro,
non è così facile come cambiarsi l’abito,
perché consiste nell’assumere tutta la sua vita e tutto il suo tipico ambientarsi.
Immedesimarsi è il mezzo che aiuta ad aprire la mente,
liberandola da pregiudizi e preconcetti;
che aiuta ad aprire il cuore, liberandolo da paure ed ignoranze;
che aiuta ad aprire l’anima, facendole sperimentare altre esistenze.
Questa apertura fa comprendere il perché di molti atteggiamenti,
di molte prese di posizione, di molte reazioni,
e diventa come un ponte per oltrepassare i propri confini,
per uscire da sé, per scoprire nell’altro un simile, così uguale e così diverso!
Quando ci si immedesima, si entra nell’altro, non si è più se stesso.
Questo atteggiamento evita di continuare a guardare il mondo
solo con i propri occhi, credendo che è vero solo quello che ci hanno insegnato
o quello che riteniamo tale in base alla nostra esperienza.
Questo atteggiamento evita di fare di se stesso, della propria vita
e della propria famiglia, il centro attorno al quale deve girare tutto.
Se capita che uno dissenta da quello che l’altro dice o fa,
è perché conosce veramente l’altro.
Se vorrà aiutarlo in qualche modo,
lo farà non a modo suo o secondo i propri criteri e valori,
ma saprà dare solo quello che l’altro si aspetta da lui.
L’atteggiamento opposto all’immedesimarsi è la “ conquista”,
con essa si desidera allargare le proprie frontiere
e far sì che i nuovi popoli diventino come noi,
che vivano e pensino come noi e per noi.
Era il sogno dei grandi Imperatori, ma non solo di ieri,
quello di allargare il loro impero fino ai confini della terra
e di poter assoggettare i vari popoli alla propria cultura.
L’illusione di creare un unico popolo, che stesse in pace,
passava per la strada del dominio e dell’imposizione delle proprie leggi.
E’ difficile rispettare l’altro senza comprenderlo,
ma non c’è profonda comprensione senza immedesimazione!
Questo altro può essere chiunque, di qualsiasi età e nazione.
Questo altro può essere anche qualunque animale, del mare, della terra o dell’aria.
(Si parla dei loro diritti, oltre che della loro utilità nell’eco sistema,
ma hanno un valore esistenziale anche loro, tutto da scoprire;
hanno una loro intelligenza ed una loro esperienza).
Questo altro può essere qualunque pianta,
della quale se ne conosce l’utilità come polmone di ossigeno
e come miniera di elementi curativi,
ma c’è molta strada da percorrere nella “comprensione” del mondo vegetale.
Questo altro è ogni cosa che esiste!
Non c’è amore senza rispetto e non c’è rispetto senza comprensione! |  |
2006/5/21
Quando tra due persone non c’è stima, perché si conoscono poco, perché ci sono dei pregiudizi, perché non c’è più dialogo reciproco, perché ci sono situazioni di ingiustizia in cui uno opprime o se ne approfitta e l’altro è oppresso o è sfruttato, allora è facile che ogni parola e ogni gesto esprima intolleranza: quella dello sfruttato che non è più disposto a soggiacere e quella del prepotente che non avendo occhi per vedere, orecchi per sentire ed esperienza per capire cosa significhi vivere aldilà del proprio naso, non vuole perdere i suoi benefici. In questo clima prolificano come microbi quelle persone che, piene di zelo, si sentono "inviate" a combattere con la forza il male e diffondere ODIO verso chi lo commette.
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole! I dittatori di tutte le epoche storiche e di tutte le latitudini geografiche, uccisero chi non la pensava come loro. I rivoluzionari di ogni Ideologia, in nome di un nuovo ordine sociale, sterminarono tutti i dissidenti. Bella scoperta! Fare un mondo nuovo uccidendo tutti i cattivi, cioè quelli che non la pensano come loro! Se poi si descrive l’altro come il MALE in persona, allora l’odio diventa un "dovere".
E così oggi c’è chi uccide in nome dei soldi: vendendo armi, droga, organi, ecc. C’è chi uccide in nome della Democrazia: per difendere la libertà e altri valori; chi uccide in nome di Dio: per dimostrarGli rispetto e fede. Ma il risultato non cambia: la morte dell’altro! Anche nelle epoche passate si facevano i sacrifici umani per tenersi buoni gli dei, ma guarda caso si sacrificavano sempre gli altri, spesso bambini o persone consacrate per l’occorrenza, ma quasi mai nobili, ricchi, altolocati o gli stessi sacerdoti. Già, uno solo è stato così fesso da sacrificare se stesso per gli altri!
Quanto vale la vita umana? Per alcuni, 10 euro, per altri un telefonino, per altri, pochi grammi di droga: è stato il bottino dopo aver ucciso. Gesti inconprensibili, ma lo sono anche quelli che uccidono per restare con l'eredità, o per fare un colpo grosso, o per arricchirsdi senza rivali. Si chiamava Leopoldo II, Re del Belgio, ha sterminato 10 milioni di congolesi dopo averli fatto lavorare come schiavi, per estrarre caucciù ed arricchire se stesso e la sua nazione. E' successo meno di 150 anni fa.
Io rispetto la vita di ogni essere umano, per il solo fatto che ci sono voluti ben dodici miliardi di anni affinché fossero presenti tutte le condizioni e gli ingredienti necessari perché essa cominciasse, si organizzasse e si sviluppasse. Ogni persona e ogni Stato, prima di opprimere o uccidere un essere umano, devono pensare a questo VALORE, che, oltre ad essere civile e religioso, è scientifico.
Una Civiltà si misura con il metro della sua UMANITA’. Una Religione si misura con il metro della sua capacità di AMARE. Dio non ha bisogno di difensori, ha bisogno di testimoni che facciano vedere l’Invisibile. Dell’Invisibile noi dobbiamo far vedere e toccare con mano: la Giustizia per tutti, la Pace per tutti, la Fratellanza fra tutti, la Collaborazione con tutti. Egli infatti, ogni giorno, fa splendere il sole su tutti e a tutti da l’aria per respirare.
In questi giorni siamo rimasti scossi dall’uccisione del piccolo Tommaso, diciotto mesi appena, da parte di Mario Alessi. Un’atrocità che gli stessi detenuti per vari crimini, rifiutano di accettare e vorrebbero a loro modo vendicare.
Voglio soffermarmi soprattutto sulle interviste rese da Alessi, insieme con la nuova compagna, nei giorni precedenti al ritrovamento del corpicino. Recitava la parte di un padre normale, pieno d’affetto per i bambini, pieno di frasi che spontaneamente chiunque sente in quelle circostanze.
Belle parole, appunto, che hanno mostrato l’enorme divario fra il suo dire e il suo fare. Quanto è facile recitare una parte, un ruolo, una scena esteriore per commuovere o convincere gli altri, mentre le vere intenzioni sono ben altre!
Purtroppo di recite ce ne sono tante nella vita! Penso, per esempio, in questi giorni di campagna elettorale, a tanti politici: alle loro parole, alle loro foto sui muri con slogan accattivanti, alle loro promesse. Mi chiedo quanta coincidenza ci sia tra le loro parole e le loro vere intenzioni. Quanta arte di saper parlare ci sia, solo per convincere, invece di essere, le parole, espressioni di un loro convincimento personale. Penso anche a quei tanti che seguono i politici come veri seguaci, convinti del programma politico ed entusiasti sostenitori dei loro leaders, mentre continuo a chiedermi se anch’essi fanno ciò che sentono dentro, oppure recitano una parte perché si aspettano qualcosa in cambio.
Penso ancora, per esempio, a quello che nella sfera intima si dicono due amanti, e mi chiedo se non stanno recitando anch’essi una parte: quella di fare l’amore, dove sono d’uso certe frasi che vanno aldilà del semplice “mi piaci”, “è bellissimo”, ecc. per andare a cimentarsi in affermazioni del tipo: “per sempre”, “tu sei tutto”, “non ti lascerò mai”, ecc.
Penso anche, perché no, ai tanti predicatori e sacerdoti, che, per dovere di spiegare il Vangelo, si ritrovano a dire più di quello che vivono, a consigliare più di quello che conoscono e spesso sono noiosi perché quello che dicono, si capisce che lo hanno letto da qualche parte e sembra appunto una recita, più che un’esperienza di viva fede.
Chi di noi è senza peccato scagli la prima pietra: Siamo tutti un po’ attori: Speriamo che non lo siamo molto, che non lo siamo sempre, e soprattutto che ce ne rendiamo conto, per non finire di assomigliare a quella categoria di persone che definiamo IPOCRITE.
Per non essere ipocriti, basta che mettiamo più attenzione e impegno a far coincidere il dire con il fare, le parole con le intenzioni, i desideri con i progetti. Se ci risulta difficile o faticoso fare, per lo meno impariamo a parlare di meno e a giudicare con meno spavalderia. Il commercio e gli affari aguzzano l’ingegno meglio della necessità. Oggi sono di moda le indagini che scandagliano i “gusti” della gente, per sapere quale prodotto vendere o quale trasmissione proporre… Aldilà di queste convenienze, l’opinione della gente conta poco in tutti i settori della società.
Quali contatti ha un partito politico con la base? Prima delle votazioni molti candidati passano di casa in casa, facendosi accompagnare da chi conosce i singoli cittadini, si presentano e promettono… poi non si vedono più e diventano inaccessibili.
La gente ha una sua sapienza basata, al di là degli studi fatti, sull’esperienza quotidiana degli altri, delle leggi e delle loro applicazioni. Coloro che governano e coloro ce vogliono mettersi al suo servizio, non possono non conoscere da vicino questa esperienza. Attraverso il contatto con la base la politica può essere attenta ai reali bisogni dei cittadini, può dar loro soddisfazione spiegando il suo operato, mentre da essi potrà ascoltare giudizi e proposte.
Quante notti insonni, quanti viaggi, incontri, dibattiti, comizi, anche digiuni… una dedizione così è difficile trovarla persino nei più zelanti uomini di fede, che per il bene degli altri sacrificano la loro vita… Se veramente fosse così, bisognerebbe fare un nuovo calendario dei santi, e ogni giorno dell’anno ricordare, per la sua dedizione, un uomo politico.
Lasciamo la politica e prendiamo la medicina. Quanti medici nell’esercizio della loro professione, ascoltano i loro pazienti? Danno più valore scientifico agli esami di laboratorio e strumentali che non a quello che sente e dice il paziente: i suoi sintomi, le sue parole. Succede, e non raramente, che il paziente manifesta di non sentirsi bene, mentre il medico gli dice che non ha niente o che è solo ansioso… però il paziente muore davvero. In alcuni centri più all’avanguardia esistono Pronto Soccorso dove i protocolli di procedura sono dettati oltre che dalla scienza medica anche dall’esperienza dei casi precedenti. Nei Pronto Soccorso comuni, invece, si fanno sempre gli stessi errori, e molti incidentati muoiono per emorragie, scoperte tardi, in zone non sospettate.
E le religioni? E’ troppo facile proporre un messaggio che viene dall’alto, come un vestito preconfezionato da Colui che è il Padrone di tutto. La spiritualità che si scopre e si gusta nel silenzio di un deserto, di un tempio, di una meditazione, di un profondo dialogo con l’Assoluto, è Spirito che anima e fa vivere con gli altri e per gli altri.
L’autorealizzazione spirituale che esclude gli altri, è possibile, ma alla maniera di colui che chiamiamo Satana. I veri santi, santoni o saggi, devono le loro illuminazioni anche al contatto con le necessità reali della gente comune, vissute da loro con animo sensibile, sveglio, propositivo e risolutivo.
Se Gandi non fosse stato buttato dal treno perché Indiano, se Madre Teresa non avesse incontrato la disperata povertà dei reietti di Calcutta, avrebbero capito e agito allo stesso modo per il resto della loro vita? La ricerca di una soluzione per migliorare la condizione umana degli altri, è diventata, in loro, una fonte di iniziative e di idee nuove.
Una religione che non ha contatto con la gente, con le sue ansie ed aspirazioni, con le sue difficoltà ed i suoi talenti, è una religione sterile che non entusiasma; è una religione che offende Dio, perché non solo è incapace di farlo conoscere, ma è incapace di incontrarlo là dove Egli vuole essere visitato, ascoltato, amato. Nessuno può incontrare e capire Dio se non percorre la via dell’uomo, cioè se non vive l’altro essere umano con tutto se stesso, come se stesso.
Nessuna politica, nessuna scienza, nessuna religione può fare a meno di questo atteggiamento fondamentale: incontrare l’altro per conoscerlo a fondo, per camminare insieme; solo così può nascere la stima, l’amicizia e quindi l’amore; solo dopo siamo capaci di essere veramente giusti e di gustare la vera pace; solamente dopo possiamo rivolgerci a Dio e chiamarlo Padre nostro.
Ascoltare la gente, trovare insieme la risposta e la soluzione alle sue esigenze, somiglia al lavoro paziente e sapiente che la natura da sempre fa per evolvere, per adattare e fortificare ogni esistenza alla novità del tempo presente.
Ascoltare la gente è andare in profondità nel concreto della vita di tutti i giorni. Se poi, dall’alto della Spiritualità, o degli Ideali, o dei Principi che ti animano, senti la necessità di dialogare e insegnare alla gente quello che sai, lo farai usando il loro linguaggio e non il tuo: tecnico e professionale. |  |
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