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日志


2008/4/1

LEZIONI DELLA NATURA

                                                    LEZIONI DELLA NATURA
tenerume

1° Lezione

Seduto per terra, ai piedi di un grosso albero che mi offriva la frescura della sua ombra, ero assorto nei miei pensieri che vagavano nei ricordi dell’infanzia. Gli uccelli cinguettavano giocando a rincorrersi, i moscerini danzavano leggeri, messi in evidenza dai raggi del sole, le formiche, una dietro l’altra, erano intente a cercar qualcosa… Ero in mezzo alla Natura, ed essa sembrava ristorare tutti i miei sensi con i suoi odori, i suoni, i colori, le forme delle varie creature; infine sembrò che lei stessa, intrufolandosi dolcemente nei miei pensieri, cominciasse a parlare:

“Osserva: OGNI COSA NASCE PICCOLA, FRAGILE, INDIFESA. Tutto ciò che ha vita nasce piccolo, debole e indifeso. Anch’io, nei primi istanti di vita, ero così piccola da stare nella mano di un bambino, mentre oggi mi espando ad una velocità che per te è inimmaginabile e che sempre aumenta. Persona, animale, pianta, nessuna diventerebbe adulta se chi, essendo già grande e più forte se ne approfittasse per distruggerla, o se qualcuno non si prendesse cura di lei per proteggerla. Senza l’aiuto, la protezione e l’esperienza degli adulti è pressoché impossibile che un essere vivente giunga all’età adulta”.

Era primavera e, alzandomi, non mi fu difficile constatare la tenerezza e la fragilità dei nuovi germogli in molti alberi. Li guardavo con la stessa meraviglia di chi guarda un bambino di pochi giorni e allo stesso tempo con la coscienza di sapere quanto fosse facile staccarli, schiacciarli e distruggerli.

In quel momento capii che, non proteggere il piccolo, così piccolo da essere debole e indifeso, è rinnegare le proprie origini, è contraddire la vita come sin qui si è tra-smessa ed evoluta, è come aver vergogna dei propri genitori e dell’umile casa dove si è nati. Il pensiero andò a tutti quei deboli e indifesi “adulti” che lungo la storia umana sono stati disprezzati, derisi, ignorati, rifiutati, sfruttati, oppressi da chi era più forte, più potente, più sano, più ricco, più fortunato. Ho pensato ai dittatori, ai padri e ai mariti padroni, ai violenti d’ogni ceto e cultura, agli scaltri e imbroglioni che sono giunti all’età adulta perché, quando erano piccoli e deboli, nessuno ha inveito su di loro a tal punto da eliminarli dalla faccia della ter-ra. Il loro comportamento contraddice le loro origini! Usano la forza, eppure sono nati deboli. Si vantano del potere che hanno di sterminare gli altri, eppure anche la loro vita è stata nelle mani degli altri.

E’ contraddittorio proclamare la forza quando si è nati deboli, vantarsi della potenza quando si è nati fragili; soprattutto noi, umani, che abbiamo avuto bisogno vari anni prima di sentirci in grado di essere autonomi. E’ rinnegare come si è nati! E’ rinnegare come si è cresciuti! Tornai a sedermi, assorto, e mi sembrò che a farmi ombra, stavolta, era una strana tristezza.

Alla memoria si fecero presenti scene viste o udite: di ragazzi, che sceglievano ciò che li faceva vincere, di adolescenti che deridevano un portatore di handicap, di imbroglioni che raggiravano anziani, di usurai che spolpavano chi si trovava in necessità, di sciacalli che invece di cercare i superstiti in un terremoto o in un disastro, cercavano ciò che potevano portar via per sé.
Alla memoria si fecero presenti altre scene: di operai mal pagati perché privi di alternative, di ragazze povere costrette a prostituirsi, di bambini obbligati a lavorare o a fare la guerra, di servi e schiavi trattati peggio di cani rabbiosi, di donne umiliate e violentate, di tanta gente da tenere a distanza perché considerata di razza inferiore o di cultura non gradita. Il tempo trascorse e non so dire quanto ne passò, assorto nella triste constatazione che ogni tipo di debolezza: del piccolo o dell’anziano, del malato o del povero, del debole o dell’indifeso fosse una occasione per approfittarsene degli altri.

Quando riascoltai i miei pensieri, presi coscienza che mi ero assopito. Quel risveglio, però, mi ripropose la stessa lezione: Anche nel sonno, infatti, noi siamo impotenti. Una debolezza vissuta, per esigenza, ogni notte, quasi la natura volesse ricordarci che l’essere indifesi fa parte di noi proprio quando abbiamo bisogno di riposarci, di ritemprarci, di staccare la spina; e noi, addormentandoci, proclamiamo la nostra debolezza, affidando la nostra vita a chi, attorno a noi, rimane sveglio e riposato.

Mentre tornavo a casa, ero pervaso dalla condizione di tutto ciò che esiste: creature costantemente bisognose di aria, acqua, alimento, ambiente favorevole. Pensavo che rifiutare, ai piccoli e ai deboli, la protezione, l’aiuto, la comprensione e la condivisione… è come togliere l’aria a chi, per continuare a vivere, deve respirare. Mi resi conto che dare a chi non ha dovrebbe essere una azione spontanea come il respirare.

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